ultime osservazioni

orientamento

"... e ti volea parlar di stelle"

 
Miti e leggende delle Costellazioni Invernali
di
Prof. Simonetta Ercoli

Introduzione

Le costellazioni, che non restano in cielo per tutta la notte, si vedono sorgere e tramontare; anch’esse, comunque, sembrano ruotare intorno ad un punto fisso, ma questa rotazione è in realtà apparente, dato che è la Terra a girare intorno al proprio asse, generando questo effetto illusorio. Nell’arco dell’anno cambiano le costellazioni osservabili durante la notte, in quanto l’allineamento tra Terra, Sole e porzione di Sfera celeste è influenzato dal moto di rivoluzione del nostro pianeta: quando il Sole è alto in cielo, la parte di sfera celeste su cui è proiettato non è osservabile. Più correttamente si dice che non sono osservabili gli oggetti celesti (situati nella fascia dello Zodiaco o vicini ad esso) che hanno Ascensione Retta (coordinata astronomica misurata in ore analoga alla longitudine terrestre) simile a quella del Sole, dato che sono presenti in cielo contemporaneamente ad esso. Sono visibili, invece, gli oggetti che hanno un’AR pari a 12 ore di differenza e che, pertanto, a mezzanotte si trovano in posizione sud. In conseguenza di ciò è in uso raggruppare le costellazioni in base al periodo in cui sono meglio osservabili (cioè quando sono in meridiano) in: primaverili, estive, autunnali e invernali. Le costellazioni invernali sono i gruppi di stelle che si vedono alte in cielo durante le notti che vanno dal giorno del solstizio d’inverno a quello dell’equinozio di primavera. Essendo costellazioni che sorgono e tramontano nell’arco della notte, si possono vedere anche nella tardo autunno o nella prima parte del periodo primaverile, ma non alte in cielo nelle ore più favorevoli all’osservazione. Alcune sono zodiacali e si trovano sulla fascia che comprende l’eclittica: Toro, Gemelli e Cancro. L’Auriga si trova tra la fascia zodiacale e l’area delle costellazioni circumpolari; mentre altre tre (Orione, Cane maggiore e Cane Minore) sono situate al di sotto del piano dell’eclittica.

Indice

  1. Zodiacali
  2. Altre
  3. Bibliografia

Osservare tra le costellazioni invernali

  Nome Stelle di rilievo Oggetti
Zodiacali
Toro
primi di dicembre
Aldebaran (alfa Tauri) 0,85m
gigante rossa
El Nath (beta Tauri) 1,65m
anti-centro della Galassia
Iadi
ammasso aperto intorno ad Aldebaran M 45
Pleiadi
ammasso aperto sopra le Iadi a ovest nebulosa del Granchio sopra a zeta Tauri, residuo dell'esplosione della supernova del 1054
Gemelli
primi di gennaio
Polluce (beta Gemini) 1,1m
sistema di sei stelle Castore (alfa Gemini) 1,6m
arancione
M 35 ammasso aperto tra mi e eta
nebulosa Eskimo
nebulosa planetaria sull’eclittica ad est di delta
Cancro
fine gennaio
tutte poco appariscenti M 44 (presepe) ammasso aperto visibile a occhio nudo tra gamma e delta 3,1m
M 67
ammasso aperto visibile con il binocolo vicino ad alfa 6,9m
Altre
Orione
gennaio
Rigel (beta Orionis) 0,1m
Blu-60000 volte più luminosa del Sole
Betelgeuse (alfa Orionis) 0,2-0,8m
Rosso-arancio supergigante variabile
Bellatrix (gamma Orionis) 1,6m
Saiph (kappa Orionis) 2,1m
Numerose stelle doppie tra cui Rigel
B 33
nebulosa "Testa di cavallo" nella stella più bassa della cintura
M 42
nebulosa gassosa sotto la cintura
Cane maggiore
primi di gennaio
Sirio (alfa Canis majoris) -1,46m
Bianco-azzurra stella più brillante del cielo
M 41
ammasso aperto sotto Siro
Cane minore
dicembre
Procione (alfa Canis Minoris) 0,4m
Bianco-gialla
Auriga Zenita
febbraio
Capella (alfa Aurigae) 0,1m
Capretti (triangolo di stelle epsilon, eta e teta Aurigae)

ZODIACALI

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TAURUS

Quella del Toro è una delle prime costellazioni ad essere stata individuata dagli astrologi dell’antica Mesopotamia (intorno al 4380 a.C.). La sua comparsa indicava l’inizio dell’anno zodiacale, dal momento che, a quel tempo, proprio in questo periodo cadeva l’equinozio di primavera: il toro stava a simboleggiare la vigoria primordiale, la potenza e la fertilità ed è per questo che in molte civiltà dell’epoca alcune divinità avevano sembianze di toro. Nella mitologia greca questa costellazione ricorda il rapimento di Europa, la bella figlia di Agenore, re della città fenicia di Tiro: racconta la leggenda che, mentre la fanciulla danzava con le giovani vergini del suo seguito sulla spiaggia vicino alla città, fu adocchiata da Zeus, che subito se ne invaghì e ordì un piano per sedurla. Individuata una mandria che pascolava nelle vicinanze, comandò al fedele Mercurio di condurla presso la riva del mare, proprio dove danzavano le fanciulle; appena l’armento giunse al lido, Zeus si trasformò in un toro bellissimo e mansueto e si mescolò tra le giovenche. Europa, attratta dall’animale, gli si avvicinò e, vinto l’iniziale timore, cominciò ad accarezzarlo e a coccolarlo e infine gli salì sul dorso. Improvvisamente il toro si sollevò da terra, entrò nel mare e nuotò fino alla sponda opposta; qui emerse dall’acqua con le sue sembianze divine e sedusse Europa ancora stordita dall’incredibile avventura. Felice per la sua conquista, Zeus volle mostrarsi molto generoso: al Toro regalò un posto nel firmamento e ad Europa dedicò il continente dove erano approdati.

Così racconta Ovidio ne “I Fasti”, 605-618:
[…] la fanciulla di Tiro con la destra gli stringeva il collo, con la sinistra teneva la tunica, e la paura le dava novella leggiadria; l’aria le riempie la veste, e le agita i biondi capelli: così, o fanciulla Simonia, eri ammirata da Giove. Spesso ritrasse dall’onde i piedi giovanili e temette il contatto dei flutti salienti; spesso il dio astuto le immerse la schiena nell’acqua, affinché più forte ella si aggrappasse al suo collo. Toccata terra Giove si eresse senza più corna e da bove ritornò dio: il Toro va in cielo; Giove ti feconda, Europa, ed un terzo della terra riceve il tuo nome.

La stella più importante è α Aldebaran (aldebaran), nome derivato nel Medioevo dalla locuzione preislamica aldabaran, “la seguente”. È una stella gigante variabile irregolare, con una magnitudine apparente di 0,87v ed una assoluta di –0,63, cioè 146 volte quella dl Sole. È ad una distanza di 65 a.l. da noi ed ha un diametro pari 52 /59 volte quello del Sole.



GEMINI

La costellazione dei Gemelli è una figura astrale molto antica che, secondo la mitologia greca, immortala nel firmamento Castore e Polluce, due fratelli noti anche con il nome di Dioscuri, “figli di Zeus”. La leggenda racconta che Leda, la bella moglie di Tindaro, re di Sparta, fu sedotta da Zeus, trasformatosi in cigno per ingannarla; nella stessa notte ella si unì anche con il marito. Dalle due unioni nacquero Polluce e Elena, figli del dio (e quindi immortali), e Castore e Clitennestra, figli di Tindaro (e quindi mortali). I due fratelli, legati da profondo affetto e divenuti inseparabili, insieme parteciparono a numerose imprese: Castore si distingueva come guerriero e domatore di cavalli, Polluce era un campione nei giochi olimpici. Combatterono contro molti rivali, tra i quali due fratelli, Ida e Linceo, con cui entrarono in contrasto dopo una razzia di bestiame in Arcadia poiché, al momento della spartizione, Ida e Linceo, con uno stratagemma, radunarono tutti i capi e fuggirono. I Dioscuri li inseguirono e, raggiunto il luogo dove gli armenti erano raccolti, si nascosero nel cavo di un albero e attesero il ritorno dei rivali. Al loro arrivo si scatenò una violenta lotta durante la quale Linceo uccise Castore; Polluce vendicò la morte del fratello trafiggendo Linceo con la lancia e Zeus intervenne in aiuto del figlio folgorando Ida prima che questi lo colpisse. Polluce, non riuscendo a superare la lontananza dal fratello morto, chiese al padre di togliergli l’immortalità, ma Zeus decise altrimenti: a turno avrebbero trascorso un giorno vicini nella morte, nell’Ade, e un altro vicini nella vita, nell’Olimpo. Ed è così, “vicini”, che la costellazione li raffigura in cielo.

Ovidio canta l'episodio in "I Fasti", V. 709-720:

Castore da Linceo trafitto nel petto di colpo inaspettato, cadde premendo il suolo. Corre Polluce a vendicarlo e fora con l’asta Linceo là dove gli innesta il collo nelle spalle. Lo assale Ida e con stento respinto è dal fuoco di Giove; ma par che non respinta fosse l’arma brandita con man fulminea. Omai, Polluce, a te ‘l cielo sublime s’apria, quando dicesti: «Odi mie preci, o padre! Quel cielo che a me solo tu dai, lo dividi tra due: metà del dono è meglio che se l’avessi tutto». E riscattò ‘l fratello alternando il soggiorno con lui: giova l’un astro e l’altro ai trepidanti legni.

Castore e Polluce (α e β Gemini) distano dal noi rispettivamente 52 e 33,7 a.l.. La prima è in realtà un sistema binario (forse sestuplo), il primo ad essere stato individuato. La seconda ha una magnitudine apparente 1,16 ed una assoluta 1,09 (intrinsecamente risulta essere 30 volte più brillante della nostra stella); la sua massa ed il diametro sono rispettivamente 1,7 e 11 volte quelli del Sole.



CANCER

La costellazione del Cancro La costellazione del Cancro è la meno appariscente fra quelle zodiacali. In Mesopotamia era chiamata AL.LUL o Alluttu e raffigurava il “granchio”; in Egitto forse raffiguravano lo “scarabeo”, simbolo del dio Khepri (“aspetto del Sole mattutino”). In Grecia simboleggiava Carcino, un granchio che viveva nella palude di Lerna, luogo in cui Eracle giunse per compiere la sua “seconda fatica”: combattere Idra, mostro dalle molte teste, che imperversava nella palude. Durante la lotta il granchio uscì dalla melma per morderlo (forse istigato da Era che non perdeva occasione per mettere in pericolo l’eroe, nato da una delle numerose scappatelle di Zeus?!), ma Eracle si accorse dell’animale e, infuriato, lo schiacciò con il piede. Era, per ricompensare Carcino, lo trasferì tra le costellazioni zodiacali. Anticamente il Cancro veniva associato al solstizio d’estate (giorno in cui il Sole torna a diminuire la sua altezza sull’orizzonte), poiché il Sole solstiziale sorgeva proprio in questa costellazione: niente di più appropriato se si pensa allo stile motorio di questo animale, che cammina obliquamente e che ben simboleggia il percorso a ritroso del Sole il quale, dopo aver raggiunto l’altezza maggiore sull’orizzonte, rallenta ed inverte il cammino. Ora il Sole solstiziale non fa più il suo ingresso nel Cancro, in quanto la precessione degli equinozi ha variato la posizione in cielo di questa costellazione.

Macrobio Teodosio ricorda proprio questo aspetto in "I Saturnali", I, 17:

Come il gambero o il granchio è un animale che cammina all’indietro e obliquamente, così il Sole in tale costellazione comincia a retrocedere in linea obliqua.

La stella più luminosa della costellazione è Akubens (α Cancris), che dista 174 a.l. da noi. Ha una magnitudine apparente 4,26 e una assoluta 0,63 (46 volte quella del Sole), la sua massa ed il diametro sono 2,1 e 3,3 volte quelli della nostra stella.



Altre

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AURIGA

L'Auriga è una costellazione invernale, ma ben visibile anche in primavera; è collegata al Toro, poiché condivide con esso una stella, Al Nath (γ Aurigae ovvero β Tauri). I Sumeri chiamarono questa figura astrale ZUBI, “Il Pastorale”, raffigurante un uomo che tiene sulle spalle due capretti. Anche un mito greco ricorda due capretti: si tratta dei piccoli di Amaltea, la capra che nutrì Zeus sul monte Ida quando vi fu nascosto per essere sottratto alla furia del padre Crono; divenuto adulto, il dio volle dimostrare la propria riconoscenza immortalando in cielo la capra e i suoi capretti. Secondo alcuni studiosi, però, questo mito non giustifica la presenza, nella costellazione, dell’uomo vestito da cocchiere, che ne occupa lo spazio maggiore. Ad altri personaggi sarebbe collegata infatti questa figura astrale: uno di questi è Mirtilo, figlio di Ermes e dell’amazzone Mirte. Egli era il cocchiere del re Enomào il quale, avendo ricevuto da un oracolo la predizione che sarebbe morto per mano del futuro genero, sfidava nella corsa delle bighe tutti i pretendenti di sua figlia Ippodamia per vincerli e ucciderli. Un giorno giunse nella città Pelope, figlio di Tantalo, il quale, per sconfiggere Enomao, promise a Mirtilo di dividere con lui Ippodamia, di cui anche l’auriga era innamorato. Il cocchiere manomise la biga del re, sostituendo i chiodi dei mozzi delle ruote con perni di cera; questi, durante la corsa, si spezzarono e causarono la perdita delle ruote. Così Pelope vinse la gara ed Enomao perse la vita sotto gli zoccoli dei cavalli. Quando giunse il momento di condividere la fanciulla, Pelope ritirò la parola data e sferrò un calcio a Mirtilo, che precipitò in mare ed affogò. Suo padre Ermes, allora, lo portò in cielo perché risplendesse come costellazione per l’eternità.

Arato di Soli narra in versi in “I Fenomeni”, 237-255:

Qualora poi ti piaccia contemplare l’Auriga e le sue stelle e ti sia giunta fama della Capra, di lei e dei Capretti, […] tutto quanto inclinato a sinistra dei Gemelli lo troverai, grandioso. A lui davanti si volge in giro la punta del muso d’Elice; e sulla sua spalla sinistra si spinge innanzi quella sacra Capra che offrì, a quanto si dice, a Zeus la poppa. E i ministri di Zeus le danno il nome di Capra Olenia. Però lei è grande e luminosa, mentre lì i Capretti brillano debolmente contro il palmo della man dell’Auriga.

La stella più luminosa di questa costellazione è Capella (α Aurigae), nome che deriva dal diminutivo latino Capra. È distante da noi 42,2 a.l. ed ha una magnitudine apparente 0,08. E’ in realtà una stella doppia, pertanto la sua luminosità sia assoluta che apparente è variabile. La separazione apparente tra le due stelle è di 0,04”-0,05” e la separazione reale media di 106 MLN di Km.



ORION

La costellazione di Orione immortala nel firmamento un bellissimo e possente cacciatore, figlio di Poseidone e di Euriale. Molti sono i miti che narrano la sua storia e numerosi i poeti che lo hanno cantato nelle loro opere. Una leggenda racconta che, rimasto solo dopo la morte della moglie, si recò a Chio chiamato dal re Enopione perché liberasse la sua isola dalle belve che la infestavano: in cambio, promise, gli avrebbe dato in sposa la giovane figlia. Compiuta l’impresa, il re non volle mantenere la promessa ed Orione, deluso e infuriato, prese la fanciulla con la violenza: Enopione, per punirlo, lo fece accecare. Disperato, il bel cacciatore consultò un oracolo il quale gli indicò di raggiungere, ad oriente, la dimora notturna di Elios, il Sol Levante: una volta colà, il dio gli avrebbe restituito la vista. Così avvenne. Riacquistata la capacità di vedere, Orione riprese la strada del ritorno per cercare Enopione e vendicarsi, ma durante il viaggio incontrò Artemide e, condividendo con lei la passione per la caccia, ne divenne un inseparabile compagno. Questa amicizia, però, non piacque ad Apollo, fratello di Artemide, il quale istigò la Madre Terra a scatenare contro Orione uno scorpione velenoso, poi, una volta che questi si era gettato in mare per sfuggire all’animale, convinse la sorella che la testa, che si vedeva affiorare in lontananza, fosse quella di un uomo che aveva offeso una sua sacerdotessa: Artemide, indignata, lanciò un dardo e colpì a morte. Quando la dea si accorse di aver ucciso il proprio compagno, pianse amaramente e, per ricordarlo in eterno, lo immortalò nel cielo come costellazione.

Anche Ovidio racconta di Orione ne “I Fasti”, 536-544:

Crebbe immenso; Delia lo prese come compagno, egli fu custode della dea, suo protettore. “Non c’è fiera – egli disse- ch’io non possa vincere”. Le imprudenti parole mossero all’ira gli dei: la Terra produsse lo Scorpione, che tentò di aggredire la dea con le duplici tenaglie. Orione si frappose. Latona l’aggiunse alle luminose stelle dicendo “Eccoti il premio meritato”.

Questa grande costellazione invernale è formata da molte stelle luminose; la sua stella α è Betelgeuzè (α Betelgeuse), nome derivato da quello preislamico yad al-jauza. È una gigante rossa con luminosità variabile a causa di pulsazioni periodiche; ha un diametro pari a 630 volte quello del Sole ed una massa compresa tra 12 e 17 masse solari. La sua magnitudine apparente di 0,45v, corrispondente ad una assoluta di –5,14, cioè 93.000 volte quella dl Sole ed è distante da noi 427 a.l.



CANIS MAJOR

La costellazione del Cane Maggiore, di cui fa parte Sirio, la stella più luminosa del cielo, ha rivestito notevole importanza presso la civiltà egizia: infatti, tra il 4380 a.C. ed il 2200 a.C., la sua levata eliaca annunciava l’inizio del nuovo anno che coincideva, allora, con il solstizio d’estate. Era questo il periodo in cui il Nilo donava all’Egitto le sue benefiche inondazioni e il nome, Cane Maggiore, indica proprio questo compito di vedetta, di cane da guardia. Dopo il 2200 a.C. la sua apparizione stette ad annunciare, invece, l’inizio del periodo più caldo dell’anno (Canicola) poiché, a causa della precessione degli equinozi, era mutata la sua posizione in cielo. Sempre per lo stesso fenomeno, la sua ubicazione è ancora cambiata ed oggi, tra ottobre ed aprile, la vediamo sorgere ad est, alle calcagna del gigantesco cacciatore Orione. Proprio per la sua vicinanza al gigante, alcuni miti ravvisano in questa costellazione il fedele cane del cacciatore posto in cielo da Artemide insieme all’inseparabile padrone. Secondo un’altra leggenda, il Cane Maggiore raffigura invece Mera, la fedele cagna di Icario, agricoltore equo e generoso che, per volere di Dioniso, fece conoscere all’umanità la coltivazione della vite e la produzione del vino. Narra il mito che un giorno, mentre Icario stava attraversando i boschi di Maratona con la sua cagnetta, s’imbatté in un gruppo di pastori ai quali, dopo essersi intrattenuto familiarmente con loro, volle offrire un otre del proprio vino. Alcuni ne bevvero subito ma, inebriati, si addormentarono profondamente; gli altri pastori, che si erano astenuti dal bere, pensarono che quel vino fosse avvelenato e, credendo morti i propri compagni, assassinarono l’agricoltore e ne lasciarono il corpo sotto un pino. La fedele Mera, tornata a casa, attirò l’attenzione della figlia di Icario e la indusse a seguirla fino al luogo dove era stato abbandonato il padrone: scoperta la morte del padre, la fanciulla si impiccò ai rami dello stesso albero e la cagna, per il dolore, si gettò in un pozzo. Gli dei, impietositi da tanta tragedia, incastonarono i tre nel cielo a formare altrettante costellazioni: Boote (il Bifolco Icario), Vergine (la figlia) e Cane Maggiore (la cagna).

Manilio così descrive l’influsso della costellazione ne "Il poema degli astri", libro I, 396-401:

Gli sta alle calcagna [di Orione] il Cane disteso in corsa sfrenata di cui nessun astro giunge più violento alla terra né più gravoso si ritira. Ora sorge tra brividi di freddo, ora abbandona vuota alla vampa solare la volta abbagliante del cielo: così spinge il mondo in due sensi ed opposti produce effetti.

La stella più luminosa della costellazione è Sirio, nome derivato dal greco Σείριος, che significa “ardente, splendente”. Tolomeo, nell’Almagesto, chiama questa stella Κύων, “cane”. È distante da noi 8,6 a.l.; ha una magnitudine apparente di –1,44 ed una assoluta di 1,45 (21 volte quella del Sole). La sua massa ed il suo volume sono rispettivamente 2,2 e 1,7 volte quelli della nostra stella. Forma con la nana bianca Sirio B un sistema binario, individuato nel 1862.


Bibliografia

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  1. Arato di Soli, I fenomeni e i pronostici, Arktos, Torino 1984.>
  2. Cattabiani Alfredo, Calendario, Arnoldo Mondatori Editore, Milano 2003.
  3. Esiodo, Le opere e i giorni e lo scudo di Eracle, Rizzoli Editore, Milano 1958.
  4. Ferreri Walter, Costellazioni e mito, Rotolito Lombarda S.p.a., Milano 2000.
  5. Graves Robert, I miti greci, Longanesi & C., Milano 1963.
  6. Igino, Miti, Adelphi Edizioni, Milano 2000.
  7. Marone Publio Virgilio, Le bucoliche e le Georgiche, Rizzoli Editore, Milano 1954.
  8. Nasone Publio Ovidio, Metamorfosi, Einaudi editore, Torino 1979.
  9. Omero, Iliade, Editrice D’Anna, Firenze 1962.
  10. Vanin Gabriele, Astronomia viva!, Tipolitografia Editoria DBS., Belluno 2000.