Introduzione
Le costellazioni, che non
restano in cielo per tutta la notte, si vedono sorgere e
tramontare; anch’esse, comunque, sembrano ruotare intorno
ad un punto fisso, ma questa rotazione è in realtà apparente,
dato che è la Terra a girare intorno al proprio asse, generando
questo effetto illusorio. Nell’arco dell’anno cambiano le
costellazioni osservabili durante la notte, in quanto l’allineamento
tra Terra, Sole e porzione di Sfera celeste è influenzato
dal moto di rivoluzione del nostro pianeta: quando il Sole
è alto in cielo, la parte di sfera celeste su cui è proiettato
non è osservabile. Più correttamente si dice che non sono
osservabili gli oggetti celesti (situati nella fascia dello
Zodiaco o vicini ad esso) che hanno Ascensione Retta (coordinata
astronomica misurata in ore analoga alla longitudine terrestre)
simile a quella del Sole, dato che sono presenti in cielo
contemporaneamente ad esso. Sono visibili, invece, gli oggetti
che hanno un’AR pari a 12 ore di differenza e che, pertanto,
a mezzanotte si trovano in posizione sud. In conseguenza
di ciò è in uso raggruppare le costellazioni in base al
periodo in cui sono meglio osservabili (cioè quando sono
in meridiano) in: primaverili, estive, autunnali e invernali.
Le costellazioni invernali sono i gruppi di stelle che si
vedono alte in cielo durante le notti che vanno dal giorno
del solstizio d’inverno a quello dell’equinozio di primavera.
Essendo costellazioni che sorgono e tramontano nell’arco
della notte, si possono vedere anche nella tardo autunno
o nella prima parte del periodo primaverile, ma non alte
in cielo nelle ore più favorevoli all’osservazione. Alcune
sono zodiacali e si trovano sulla fascia che comprende l’eclittica:
Toro, Gemelli e Cancro. L’Auriga si trova tra la fascia
zodiacale e l’area delle costellazioni circumpolari; mentre
altre tre (Orione, Cane maggiore e Cane Minore) sono situate
al di sotto del piano dell’eclittica.
Indice
- Zodiacali
- Altre
- Bibliografia
Osservare tra le costellazioni invernali
| |
Nome |
Stelle di rilievo |
Oggetti |
|
Zodiacali
|
Toro
primi di dicembre |
Aldebaran (alfa Tauri) 0,85m
gigante rossa
El Nath (beta Tauri) 1,65m
anti-centro della Galassia
|
Iadi
ammasso aperto intorno ad Aldebaran M 45
Pleiadi
ammasso aperto sopra le Iadi a ovest nebulosa del
Granchio sopra a zeta Tauri, residuo dell'esplosione
della supernova del 1054 |
Gemelli
primi di gennaio |
Polluce (beta Gemini) 1,1m
sistema di sei stelle
Castore (alfa Gemini) 1,6m
arancione |
M 35 ammasso aperto tra
mi e eta
nebulosa Eskimo
nebulosa planetaria sull’eclittica
ad est di delta |
Cancro
fine gennaio |
tutte poco appariscenti |
M 44 (presepe) ammasso aperto
visibile a occhio nudo tra gamma e delta 3,1m
M 67
ammasso aperto visibile con
il binocolo vicino ad alfa 6,9m |
|
Altre
|
Orione
gennaio |
Rigel (beta Orionis) 0,1m
Blu-60000 volte più luminosa del Sole
Betelgeuse (alfa Orionis) 0,2-0,8m
Rosso-arancio supergigante variabile
Bellatrix (gamma Orionis) 1,6m
Saiph (kappa Orionis) 2,1m
Numerose stelle doppie tra cui Rigel
|
B 33
nebulosa "Testa di cavallo"
nella stella più bassa della cintura
M 42
nebulosa gassosa sotto la cintura
|
Cane maggiore
primi di gennaio |
Sirio (alfa Canis majoris) -1,46m
Bianco-azzurra stella più brillante del cielo
|
M 41
ammasso aperto sotto Siro |
Cane minore
dicembre |
Procione (alfa Canis Minoris) 0,4m
Bianco-gialla |
|
Auriga Zenita
febbraio |
Capella (alfa Aurigae) 0,1m
Capretti (triangolo di stelle epsilon, eta e teta
Aurigae) |
|
ZODIACALI
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TAURUS
Quella del
Toro è una delle prime costellazioni
ad essere stata individuata dagli astrologi dell’antica
Mesopotamia (intorno al 4380 a.C.). La sua comparsa indicava
l’inizio dell’anno zodiacale, dal momento che, a quel tempo,
proprio in questo periodo cadeva l’equinozio di primavera:
il toro stava a simboleggiare la vigoria primordiale, la
potenza e la fertilità ed è per questo che in molte civiltà
dell’epoca alcune divinità avevano sembianze di toro. Nella
mitologia greca questa costellazione ricorda il rapimento
di Europa, la bella figlia di Agenore, re della città fenicia
di Tiro: racconta la leggenda che, mentre la fanciulla danzava
con le giovani vergini del suo seguito sulla spiaggia vicino
alla città, fu adocchiata da Zeus, che subito se ne invaghì
e ordì un piano per sedurla. Individuata una mandria che
pascolava nelle vicinanze, comandò al fedele Mercurio di
condurla presso la riva del mare, proprio dove danzavano
le fanciulle; appena l’armento giunse al lido, Zeus si trasformò
in un toro bellissimo e mansueto e si mescolò tra le giovenche.
Europa, attratta dall’animale, gli si avvicinò e, vinto
l’iniziale timore, cominciò ad accarezzarlo e a coccolarlo
e infine gli salì sul dorso. Improvvisamente il toro si
sollevò da terra, entrò nel mare e nuotò fino alla sponda
opposta; qui emerse dall’acqua con le sue sembianze divine
e sedusse Europa ancora stordita dall’incredibile avventura.
Felice per la sua conquista, Zeus volle mostrarsi molto
generoso: al Toro regalò un posto nel firmamento e ad Europa
dedicò il continente dove erano approdati.
Così racconta Ovidio ne “I Fasti”,
605-618:
[…]
la fanciulla di Tiro con la destra gli stringeva il collo,
con la sinistra teneva la tunica, e la paura le dava novella
leggiadria; l’aria le riempie la veste, e le agita i biondi
capelli: così, o fanciulla Simonia, eri ammirata da Giove.
Spesso ritrasse dall’onde i piedi giovanili e temette il
contatto dei flutti salienti; spesso il dio astuto le immerse
la schiena nell’acqua, affinché più forte ella si aggrappasse
al suo collo. Toccata terra Giove si eresse senza più corna
e da bove ritornò dio: il Toro va in cielo; Giove ti feconda,
Europa, ed un terzo della terra riceve il tuo nome.
La stella più importante è α Aldebaran
(aldebaran), nome derivato nel Medioevo dalla locuzione
preislamica aldabaran, “la seguente”. È una stella gigante
variabile irregolare, con una magnitudine apparente di 0,87v
ed una assoluta di –0,63, cioè 146 volte quella dl Sole.
È ad una distanza di 65 a.l. da noi ed ha un diametro pari
52 /59 volte quello del Sole.
GEMINI
La costellazione
dei Gemelli è una figura astrale
molto antica che, secondo la mitologia greca, immortala
nel firmamento Castore e Polluce,
due fratelli noti anche con il nome di
Dioscuri, “figli di Zeus”. La
leggenda racconta che Leda, la bella moglie di Tindaro,
re di Sparta, fu sedotta da Zeus, trasformatosi in cigno
per ingannarla; nella stessa notte ella si unì anche con
il marito. Dalle due unioni nacquero Polluce e Elena, figli
del dio (e quindi immortali), e Castore e Clitennestra,
figli di Tindaro (e quindi mortali). I due fratelli, legati
da profondo affetto e divenuti inseparabili, insieme parteciparono
a numerose imprese: Castore si distingueva come guerriero
e domatore di cavalli, Polluce era un campione nei giochi
olimpici. Combatterono contro molti rivali, tra i quali
due fratelli, Ida e Linceo, con cui entrarono in contrasto
dopo una razzia di bestiame in Arcadia poiché, al momento
della spartizione, Ida e Linceo, con uno stratagemma, radunarono
tutti i capi e fuggirono. I Dioscuri li inseguirono e, raggiunto
il luogo dove gli armenti erano raccolti, si nascosero nel
cavo di un albero e attesero il ritorno dei rivali. Al loro
arrivo si scatenò una violenta lotta durante la quale Linceo
uccise Castore; Polluce vendicò la morte del fratello trafiggendo
Linceo con la lancia e Zeus intervenne in aiuto del figlio
folgorando Ida prima che questi lo colpisse. Polluce, non
riuscendo a superare la lontananza dal fratello morto, chiese
al padre di togliergli l’immortalità, ma Zeus decise altrimenti:
a turno avrebbero trascorso un giorno vicini nella morte,
nell’Ade, e un altro vicini nella vita, nell’Olimpo. Ed
è così, “vicini”, che la costellazione li raffigura in cielo.
Ovidio canta l'episodio in "I
Fasti", V. 709-720:
Castore
da Linceo trafitto nel petto di colpo inaspettato, cadde
premendo il suolo. Corre Polluce a vendicarlo e fora con
l’asta Linceo là dove gli innesta il collo nelle spalle.
Lo assale Ida e con stento respinto è dal fuoco di Giove;
ma par che non respinta fosse l’arma brandita con man fulminea.
Omai, Polluce, a te ‘l cielo sublime s’apria, quando dicesti:
«Odi mie preci, o padre! Quel cielo che a me solo tu dai,
lo dividi tra due: metà del dono è meglio che se l’avessi
tutto». E riscattò ‘l fratello alternando il soggiorno con
lui: giova l’un astro e l’altro ai trepidanti legni.
Castore e Polluce (α e β Gemini)
distano dal noi rispettivamente 52 e 33,7 a.l.. La prima
è in realtà un sistema binario (forse sestuplo), il primo
ad essere stato individuato. La seconda ha una magnitudine
apparente 1,16 ed una assoluta 1,09 (intrinsecamente risulta
essere 30 volte più brillante della nostra stella); la sua
massa ed il diametro sono rispettivamente 1,7 e 11 volte
quelli del Sole.
CANCER
La costellazione
del Cancro La costellazione del
Cancro è la meno appariscente fra quelle zodiacali. In Mesopotamia
era chiamata AL.LUL o Alluttu e raffigurava il “granchio”;
in Egitto forse raffiguravano lo “scarabeo”, simbolo del
dio Khepri (“aspetto del Sole mattutino”). In Grecia simboleggiava
Carcino, un granchio che viveva nella palude di Lerna, luogo
in cui Eracle giunse per compiere la sua “seconda fatica”:
combattere Idra, mostro dalle molte teste, che imperversava
nella palude. Durante la lotta il granchio uscì dalla melma
per morderlo (forse istigato da Era che non perdeva occasione
per mettere in pericolo l’eroe, nato da una delle numerose
scappatelle di Zeus?!), ma Eracle si accorse dell’animale
e, infuriato, lo schiacciò con il piede. Era, per ricompensare
Carcino, lo trasferì tra le costellazioni zodiacali. Anticamente
il Cancro veniva associato al solstizio d’estate (giorno
in cui il Sole torna a diminuire la sua altezza sull’orizzonte),
poiché il Sole solstiziale sorgeva proprio in questa costellazione:
niente di più appropriato se si pensa allo stile motorio
di questo animale, che cammina obliquamente e che ben simboleggia
il percorso a ritroso del Sole il quale, dopo aver raggiunto
l’altezza maggiore sull’orizzonte, rallenta ed inverte il
cammino. Ora il Sole solstiziale non fa più il suo ingresso
nel Cancro, in quanto la precessione degli equinozi ha variato
la posizione in cielo di questa costellazione.
Macrobio Teodosio ricorda proprio
questo aspetto in "I Saturnali",
I, 17:
Come
il gambero o il granchio è un animale che cammina all’indietro
e obliquamente, così il Sole in tale costellazione comincia
a retrocedere in linea obliqua.
La stella più luminosa della costellazione è
Akubens (α
Cancris), che dista 174 a.l. da noi. Ha una magnitudine
apparente 4,26 e una assoluta 0,63 (46 volte quella del
Sole), la sua massa ed il diametro sono 2,1 e 3,3 volte
quelli della nostra stella.
Altre
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AURIGA
L'Auriga
è una costellazione invernale, ma ben visibile anche in
primavera; è collegata al Toro, poiché condivide con esso
una stella, Al Nath (γ Aurigae ovvero β Tauri). I Sumeri
chiamarono questa figura astrale ZUBI, “Il Pastorale”, raffigurante
un uomo che tiene sulle spalle due capretti. Anche un mito
greco ricorda due capretti: si tratta dei piccoli di Amaltea,
la capra che nutrì Zeus sul monte Ida quando vi fu nascosto
per essere sottratto alla furia del padre Crono; divenuto
adulto, il dio volle dimostrare la propria riconoscenza
immortalando in cielo la capra e i suoi capretti. Secondo
alcuni studiosi, però, questo mito non giustifica la presenza,
nella costellazione, dell’uomo vestito da cocchiere, che
ne occupa lo spazio maggiore. Ad altri personaggi sarebbe
collegata infatti questa figura astrale: uno di questi è
Mirtilo, figlio di Ermes e dell’amazzone Mirte. Egli era
il cocchiere del re Enomào il quale, avendo ricevuto da
un oracolo la predizione che sarebbe morto per mano del
futuro genero, sfidava nella corsa delle bighe tutti i pretendenti
di sua figlia Ippodamia per vincerli e ucciderli. Un giorno
giunse nella città Pelope, figlio di Tantalo, il quale,
per sconfiggere Enomao, promise a Mirtilo di dividere con
lui Ippodamia, di cui anche l’auriga era innamorato. Il
cocchiere manomise la biga del re, sostituendo i chiodi
dei mozzi delle ruote con perni di cera; questi, durante
la corsa, si spezzarono e causarono la perdita delle ruote.
Così Pelope vinse la gara ed Enomao perse la vita sotto
gli zoccoli dei cavalli. Quando giunse il momento di condividere
la fanciulla, Pelope ritirò la parola data e sferrò un calcio
a Mirtilo, che precipitò in mare ed affogò. Suo padre Ermes,
allora, lo portò in cielo perché risplendesse come costellazione
per l’eternità.
Arato di Soli narra in versi in
“I Fenomeni”, 237-255:
Qualora
poi ti piaccia contemplare l’Auriga e le sue stelle e ti
sia giunta fama della Capra, di lei e dei Capretti, […]
tutto quanto inclinato a sinistra dei Gemelli lo troverai,
grandioso. A lui davanti si volge in giro la punta del muso
d’Elice; e sulla sua spalla sinistra si spinge innanzi quella
sacra Capra che offrì, a quanto si dice, a Zeus la poppa.
E i ministri di Zeus le danno il nome di Capra Olenia. Però
lei è grande e luminosa, mentre lì i Capretti brillano debolmente
contro il palmo della man dell’Auriga.
La stella più luminosa di questa costellazione è
Capella (α
Aurigae), nome che deriva dal diminutivo latino Capra.
È distante da noi 42,2 a.l. ed ha una magnitudine apparente
0,08. E’ in realtà una stella doppia, pertanto la sua luminosità
sia assoluta che apparente è variabile. La separazione apparente
tra le due stelle è di 0,04”-0,05” e la separazione reale
media di 106 MLN di Km.
ORION
La costellazione
di Orione immortala nel firmamento
un bellissimo e possente cacciatore, figlio di Poseidone
e di Euriale. Molti sono i miti che narrano la sua storia
e numerosi i poeti che lo hanno cantato nelle loro opere.
Una leggenda racconta che, rimasto solo dopo la morte della
moglie, si recò a Chio chiamato dal re Enopione perché liberasse
la sua isola dalle belve che la infestavano: in cambio,
promise, gli avrebbe dato in sposa la giovane figlia. Compiuta
l’impresa, il re non volle mantenere la promessa ed Orione,
deluso e infuriato, prese la fanciulla con la violenza:
Enopione, per punirlo, lo fece accecare. Disperato, il bel
cacciatore consultò un oracolo il quale gli indicò di raggiungere,
ad oriente, la dimora notturna di Elios, il Sol Levante:
una volta colà, il dio gli avrebbe restituito la vista.
Così avvenne. Riacquistata la capacità di vedere, Orione
riprese la strada del ritorno per cercare Enopione e vendicarsi,
ma durante il viaggio incontrò Artemide e, condividendo
con lei la passione per la caccia, ne divenne un inseparabile
compagno. Questa amicizia, però, non piacque ad Apollo,
fratello di Artemide, il quale istigò la Madre Terra a scatenare
contro Orione uno scorpione velenoso, poi, una volta che
questi si era gettato in mare per sfuggire all’animale,
convinse la sorella che la testa, che si vedeva affiorare
in lontananza, fosse quella di un uomo che aveva offeso
una sua sacerdotessa: Artemide, indignata, lanciò un dardo
e colpì a morte. Quando la dea si accorse di aver ucciso
il proprio compagno, pianse amaramente e, per ricordarlo
in eterno, lo immortalò nel cielo come costellazione.
Anche Ovidio racconta di Orione
ne “I Fasti”, 536-544:
Crebbe
immenso; Delia lo prese come compagno, egli fu custode della
dea, suo protettore. “Non c’è fiera – egli disse- ch’io
non possa vincere”. Le imprudenti parole mossero all’ira
gli dei: la Terra produsse lo Scorpione, che tentò di aggredire
la dea con le duplici tenaglie. Orione si frappose. Latona
l’aggiunse alle luminose stelle dicendo “Eccoti il premio
meritato”.
Questa grande costellazione invernale è formata da molte
stelle luminose; la sua stella α è Betelgeuzè
(α Betelgeuse), nome derivato
da quello preislamico yad al-jauza. È una gigante rossa
con luminosità variabile a causa di pulsazioni periodiche;
ha un diametro pari a 630 volte quello del Sole ed una massa
compresa tra 12 e 17 masse solari. La sua magnitudine apparente
di 0,45v, corrispondente ad una assoluta di –5,14, cioè
93.000 volte quella dl Sole ed è distante da noi 427 a.l.
CANIS MAJOR
La costellazione
del Cane Maggiore, di cui fa parte
Sirio, la stella più luminosa del cielo, ha rivestito notevole
importanza presso la civiltà egizia: infatti, tra il 4380
a.C. ed il 2200 a.C., la sua levata eliaca annunciava l’inizio
del nuovo anno che coincideva, allora, con il solstizio
d’estate. Era questo il periodo in cui il Nilo donava all’Egitto
le sue benefiche inondazioni e il nome, Cane Maggiore, indica
proprio questo compito di vedetta, di cane da guardia. Dopo
il 2200 a.C. la sua apparizione stette ad annunciare, invece,
l’inizio del periodo più caldo dell’anno (Canicola) poiché,
a causa della precessione degli equinozi, era mutata la
sua posizione in cielo. Sempre per lo stesso fenomeno, la
sua ubicazione è ancora cambiata ed oggi, tra ottobre ed
aprile, la vediamo sorgere ad est, alle calcagna del gigantesco
cacciatore Orione. Proprio per la sua vicinanza al gigante,
alcuni miti ravvisano in questa costellazione il fedele
cane del cacciatore posto in cielo da Artemide insieme all’inseparabile
padrone. Secondo un’altra leggenda, il Cane Maggiore raffigura
invece Mera, la fedele cagna di Icario, agricoltore equo
e generoso che, per volere di Dioniso, fece conoscere all’umanità
la coltivazione della vite e la produzione del vino. Narra
il mito che un giorno, mentre Icario stava attraversando
i boschi di Maratona con la sua cagnetta, s’imbatté in un
gruppo di pastori ai quali, dopo essersi intrattenuto familiarmente
con loro, volle offrire un otre del proprio vino. Alcuni
ne bevvero subito ma, inebriati, si addormentarono profondamente;
gli altri pastori, che si erano astenuti dal bere, pensarono
che quel vino fosse avvelenato e, credendo morti i propri
compagni, assassinarono l’agricoltore e ne lasciarono il
corpo sotto un pino. La fedele Mera, tornata a casa, attirò
l’attenzione della figlia di Icario e la indusse a seguirla
fino al luogo dove era stato abbandonato il padrone: scoperta
la morte del padre, la fanciulla si impiccò ai rami dello
stesso albero e la cagna, per il dolore, si gettò in un
pozzo. Gli dei, impietositi da tanta tragedia, incastonarono
i tre nel cielo a formare altrettante costellazioni: Boote
(il Bifolco Icario), Vergine (la figlia) e Cane Maggiore
(la cagna).
Manilio così descrive l’influsso
della costellazione ne "Il poema degli
astri", libro I, 396-401:
Gli
sta alle calcagna [di Orione] il Cane disteso in corsa sfrenata
di cui nessun astro giunge più violento alla terra né più
gravoso si ritira. Ora sorge tra brividi di freddo, ora
abbandona vuota alla vampa solare la volta abbagliante del
cielo: così spinge il mondo in due sensi ed opposti produce
effetti.
La stella più luminosa della costellazione è
Sirio, nome derivato dal greco
Σείριος, che significa “ardente, splendente”. Tolomeo, nell’Almagesto,
chiama questa stella Κύων, “cane”. È distante da noi 8,6
a.l.; ha una magnitudine apparente di –1,44 ed una assoluta
di 1,45 (21 volte quella del Sole). La sua massa ed il suo
volume sono rispettivamente 2,2 e 1,7 volte quelli della
nostra stella. Forma con la nana bianca Sirio B un sistema
binario, individuato nel 1862.
|