Introduzione
Le costellazioni, che non restano in cielo per tutta la notte, si vedono sorgere e tramontare; anch’esse, comunque, sembrano ruotare intorno ad un punto fisso, ma questa rotazione è in realtà apparente, dato che è la Terra a girare intorno al proprio asse, generando questo effetto illusorio. Nell’arco dell’anno cambiano le costellazioni osservabili durante la notte, in quanto l’allineamento tra Terra, Sole e porzione di Sfera celeste è influenzato dal moto di rivoluzione del nostro pianeta: quando il Sole è alto in cielo, la parte di sfera celeste su cui è proiettato non è osservabile. Più correttamente si dice che non sono osservabili gli oggetti celesti (situati nella fascia dello Zodiaco o vicini ad esso) che hanno Ascensione Retta (coordinata astronomica misurata in ore analoga alla longitudine terrestre) simile a quella del Sole, dato che sono presenti in cielo contemporaneamente ad esso. Sono visibili, invece, gli oggetti che hanno un’AR pari a 12 ore di differenza e che, pertanto, a mezzanotte si trovano in posizione sud. In conseguenza di ciò è in uso raggruppare le costellazioni in base al periodo in cui sono meglio osservabili (cioè quando sono in meridiano) in: primaverili, estive, autunnali e invernali.
Le costellazioni estive sono i gruppi di stelle che si vedono alte in cielo durante le notti che vanno dal giorno del solstizio d’estate a quello di equinozio d’autunno. Essendo costellazioni che sorgono e tramontano nell’arco della notte, si possono vedere anche nella tarda primavera o nel primo autunno, ma non alte in cielo nelle ore più favorevoli all’osservazione. Alcune sono zodiacali e si trovano sulla fascia che comprende l’eclittica: Scorpione, Ofiuco, Sagittario, Capricorno e Acquario. Altre costituiscono la figura astrale tipica di questo periodo, il Triangolo estivo: Lira, Aquila e Cigno. Altre ancora sono distribuite tra la fascia zodiacale e l’area delle costellazioni circumpolari: Ercole, Delfino e Freccia.
Indice
- Zodiacali
- Triangolo estivo
- Altre
- Bibliografia
Osservare
tra le costellazioni estive
| | Nome | Stelle di rilievo | Oggetti |
| Zodiacali |
Acquario intorno 25 agosto | Tutte poco appariscenti | M2
Ammasso globulare tra alfa e beta magn.6,5
|
Scorpione
ai primi di giugno | Antares (alfa Scorpionis) magn.1,0
supergigante rossa
Stelle doppie
tra le due chele e le due stelle all’inizio della coda
Shaula (lambda Scorpionis) m.1,62
con Lesuth forma il pungiglione | M 4
Ammasso globulare sotto Antares
M 6 – M 7
ammassi aperti sopra a Shaula
|
Ofiuco
intorno al 10 giugno | Rasalhague (alfa Ophiuchi) m.2,1
vicina all’alfa di Ercole
Yed Pior (delta) m.2,7 rossa
Yed Posterior (epsilon) m.3,2 bianca
vicine e sopra la chela nord | M 10 e M 12
ammassi globulari nella porzione centrale
|
Sagittario
primi di luglio | Kaus austalis (epsilon) m.1,81
Kaus media (delta) m.2,71
Kaus borealis (lambda) m.2,94
formano l’arco | M8 M20
nebulose diffuse Laguna e Trifida davanti arco
M 18
ammasso aperto sopra arco
M 22
ammasso globulare poco sopra lambda
|
Capricorno
8 agosto | Deneb Algedi (delta Capricornii) magn.2,9
bianca - binaria ad eclisse | M 30
ammasso globulare
vicino a zeta |
| Triangolo | Lira inizi di luglio | Vega (alfa Lyrae) magn.0
bianca-quinta più luminosa del cielo
fra 12000 anni sarà polare
altre stelle sono doppie | M 56
ammasso globulare poco visibile
M 57
nebulosa anulare non osservabile
|
Cigno
Croce del Nord
fine luglio
| Deneb (alfa Cygni) magn.1,2
coda
Albireo (beta Cygni)
doppia - una dorata, una azzurra | NGC 7000
nebulosa Nord America a est di Deneb
M 39
Ammasso aperto a nord nebulosa
|
Aquila metà luglio | Altair (alfa Aquilae) magn.0,77
brillante perché vicina: 16 a.l.
Altre stelle deboli | |
| Altro | Ercole
molto estesa, intorno metà giugno | Rasalgethi (alfa Herculis) magn.3,3
vicina all’alfa Ophiuchi – rossa
binaria con una compagna verde | M 13
ammasso globulare tra zeta e eta vicino Corona |
ZODIACALI
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SCORPIUS
Lo Scorpione è una bella costellazione, molto bassa sull’orizzonte alle nostre latitudini. Arato ed Eratostene raccontano che questo aracnide fu trasportato in cielo da Artemide, dea della caccia (Diana per i Romani), per il servizio che esso le offrì uccidendo Orione, il gigantesco cacciatore. Secondo alcuni studiosi, costui era colpevole di essersi vantato, al cospetto della stessa Artemide, delle prede di caccia, mentre secondo altri, di aver tentato di violentarla. Comunque siano andate le cose, aveva suscitato l’ira della dea e doveva essere punito!
Il motivo della relazione Scorpione–Orione sta nella loro posizione celeste: infatti, mentre il primo sorge, l’altro tramonta, come un’eterna fuga del cacciatore all’apparire del mortale aracnide. E simbolo di morte è anche per le popolazioni delle Americhe, nelle cui leggende si incontra la Madre Scorpione che dimora in fondo alla Via Lattea, dove raccoglie le anime dei morti.
Così affermano le leggende di Pawnee e di Cherokee (tratto da “Planetario” di A. Cattabiani):
“Le anime dei morti sono accolte da una stella all’estremità settentrionale della Via Lattea, là dove questa si biforca: essa indirizza i guerrieri lungo il sentiero fioco e difficile, e le donne e coloro che muoiono di vecchiaia lungo il sentiero più luminoso e più facile. Le anime viaggiano dunque verso sud: alla fine del sentiero celeste sono accolte dalla Stella degli Spiriti, e là dimorano”.
La stella più importante è a Antares (a Scorpii), nome greco che significa “simile a Marte”, per il colore rossiccio come quello del pianeta. Ha una magnitudine apparente di 1,06v ed una assoluta di –5,28: è quindi 10.500 volte più luminosa del Sole. E’ distante da noi 600 a.l., ha un diametro enorme pari a 750 volte quello del Sole ed una massa di 29 volte quella solare.

OPHIUCHUS
La costellazione dell’Ofiuco, collegata anche a quella dello Scorpione, è rappresentata dalle sembianze di un uomo che tiene tra le mani un serpente e poggia i suoi piedi sull’aracnide celeste. Il suo nome deriva dalla parola greca ofiokos, che significa “colui che tiene il serpente”, difatti la costellazione del Serpente attraversa nel cielo quella dell’Ofiuco. C’è una grande varietà di interpretazioni sull’identità del personaggio, ma secondo gli astronomi greci, si tratterebbe di Asclepio (Esculapio per i Romani), figlio di Coronide e di Apollo, dio del Sole. La madre, dopo aver concepito il figlio del dio, ebbe anche una relazione con il mortale Ischys, fatto che scatenò, ovviamente, l’ira di Apollo, il quale fece perire tra le fiamme la giovane donna, sottraendo però alla morte il figlio che ella aveva in grembo. Il piccolo venne affidato all’educazione del centauro Chirone, da cui apprese così bene le arti curative da essere considerato da molti mitografi il padre della medicina. Un giorno Asclepio fu chiamato dal re Minosse perché salvasse dalla morte il figlio Glauco, annegato in un grande vaso pieno di miele. Mentre ne osservava il corpo esanime, notò un serpente che si attorcigliava intorno alla verga di legno che teneva in mano: con uno scatto repentino uccise l’animale utilizzando lo stesso bastone. Poco dopo entrò nella stanza un altro serpentello con in bocca un’erba che pose sulla testa del primo facendolo resuscitare: Asclepio utilizzò la stessa erba su Glauco e riportò in vita il giovane. Il prodigioso evento, però, non fu gradito ad Ade, dio dei morti, il quale, vedendo minacciato il suo regno, invocò l’intervento di Zeus. Questi uccise Asclepio con un fulmine,ma scatenò a tal punto la collera del padre che questi, per vendetta, colpì a morte i tre Ciclopi che avevano forgiato le saette. Per placare l’ira di Apollo, il re degli dei ne immortalò il figlio sottoforma di costellazione. Il serpente attorcigliato intorno ad un bastone, simbolo ancora oggi dell’arte medica, trae la sua origine proprio da questo racconto mitologico.
Così ci narra l’episodio Ovidio nelle “Metamorfosi”, libro II, 642-648:
| “Cresci, fanciullo, apportatore di salute a tutto il mondo!
Spesso i corpi dei mortali ti dovranno la vita.
A te sarà permesso di rendere l’anima a chi l’ ha perduta:
ma quando avrai osato farlo una volta,
suscitando lo sdegno degli dei, il fulmine di Giove
tuo avo t’impedirà di farlo una seconda volta,
e da dio che sei diverrai corpo esangue
e da corpo tornerai ad esser dio,
ripetendo due volte il tuo destino!…”
|
La stella più luminosa di questa costellazione è Ras Alhague (a Ophiuchi), dal nome islamico ra’s al-hawwa, (“la testa del raccoglitore di serpenti”, ovvero “l’incantatore di serpenti”). È distante da noi 46,7 a.l.; la sua magnitudine apparente è 2,08 e quella assoluta 1,30 pari a 25 volte quella del Sole. Massa e diametro sono rispettivamente 2,1 e 2,6 volte quelle della nostra stella.
SAGITTARIUS
La costellazione del Sagittario è poco visibile perché, occupando la parte inferiore dell’eclittica, rimane sempre bassa sull’orizzonte meridionale. È immaginata come un centauro (da non confondere però con l’omonima costellazione), cioè un essere mostruoso con la metà superiore del corpo umana e quella inferiore equina. È rappresentato con le spalle munite di ali a mo’ di mantello e con un arco puntato verso lo Scorpione (situazione priva, sembra, di relazione mitologica), mentre si destreggia nelle sue abilità di arciere. Il mito di questa costellazione è pervaso da una certa confusione, generata dalla sovrapposizione della sua antica origine sumerica con l’eredità greca. Secondo l’interpretazione più diffusa si dovrebbe identificare con Crotus, figlio di Pan ed Eufeme, nutrice delle nove Muse, figlie di Mnemosine e Zeus. Egli fu l’inventore dell’arco e delle frecce, strumenti con cui si dilettava sul monte Elicona in compagnia delle Muse che lo deliziavano con i loro melodiosi canti. Per mostrare ad esse il suo gradimento, Crotus inventò gli applausi, festosi apprezzamenti che piacquero così tanto alle Muse da invocare Zeus perché rendesse immortale il centauro raffigurandolo nel cielo. Il dio non solo le ascoltò, ma volle anche ricordare le molteplici attività a cui Crotus si dedicava rappresentandole in una sola immagine: quella, appunto, del Sagittario, con le zampe di un cavallo, per aver praticato l’equitazione in modo eccelso; con la coda di un satiro, per la sua abilità nel deliziare le Muse quanto i satiri nel dilettare Dioniso; con l’arco e la freccia in mano per la sua destrezza nella caccia.
Difficile rintracciare brani che cantino questo mito, citato in poche righe nelle descrizioni, più “tecniche” che poetiche, dei testi: “Catasterismi” di Eratostene e “De Astronomia” di Igino.
Stella particolarmente luminosa di questa costellazione è Nunki (s Sagittarii), recentemente così denominata con evidente richiamo al termine sumerico NUN-KI, “città del Sole” e con riferimento ad una tradizione mitologica del passato secondo la quale, in prossimità di questa, brillava un’altra stella che raffigurava la città santa di Eridu sull’Eufrate, dedicata al dio delle acque Enki. Nunki si trova sul dorso del centauro; dista dalla Terra 224 a.l.; la sua magnitudine apparente è di 2,05 e quella assoluta –2,14 (586 volte quella del Sole). Massa e diametro sono rispettivamente 4,9 e 4,6 quelle della nostra stella.


CAPRICORNUS
Il Capricorno è una costellazione che raffigura un animale fantastico con la parte superiore del corpo simile ad un capro e quella inferiore come la porzione caudale di un grande pesce. Questa figura mitica trae la sua origine dall’immagine del dio sumerico Ea o SUHUR.MAS (pesce-capra), che aveva il potere sia negli abissi marini sia sulla terra ferma. Nella mitologia greca tale raffigurazione fu abbinata al dio Pan, figlio di Ermes e di una ninfa, che veniva rappresentato in parte uomo (la parte superiore del corpo, con piccole corna in testa e una barbetta ispida sul mento) e in parte caprone (la parte inferiore del corpo con zampe di capra). Quando gli dei dell’Olimpo furono minacciati dalla furia devastatrice di Tifone, il mostro generato dalla Madre Terra per punire Zeus colpevole di aver ucciso i Giganti, suoi figli, Pan suggerì loro di rifugiarsi in Egitto nascondendosi sotto le sembianze di animali feroci. Egli scelse per sè la forma del pesce-capra. L’unica dea che non fuggì fu Athena; essa rimproverò aspramente Zeus per la sua codardia e questi, allora, sentitosi in colpa uscì allo scoperto ed affrontò il mostro. Dopo alterne sorti il padre degli dei, grazie all’aiuto di Pan riuscì a sopraffare Tifone e ad imprigionarlo sotto il monte Etna. Come ringraziamento immortalò Pan in cielo con le sembianze che aveva assunto nel periodo di esilio in Egitto.
Igino dedica all’episodio un brano in “Miti”, 196:
| Poiché gli dei in Egitto temevano Tifone per le sue enormi dimensioni, Pan li istigò a trasformarsi in belve feroci, per ingannarlo più facilmente, inseguito Giove lo uccise con un fulmine. Per volontà degli de, che grazie al suo consiglio avevano evitato la violenza di Tifone, Pan fu annoverato fra le stelle; e poiché a quei tempi si era mutato in capra, fu chiamato Egocero – quello che noi chiamiamo Capricorno.
|
La stella più brillante è Deneb Algedi (d Capricorni), nome derivato all’islamico dhanab al-jady, “la coda del capretto”. È una stella bianca che dista da noi 38,6 a.l.; ha magnitudine apparente 2,85 ed assoluta 2,49 (otto volte il Sole); la sua massa e il suo diametro sono una volta e mezzo quelli della nostra stella.
ACQUARIUS
La costellazione dell’Acquario, che viene raffigurata come un giovanetto che versa il nettare divino da un vaso, da cui attinge il Pesce Australe, ha origini molto antiche ed era già conosciuta presso numerose popolazioni, anche se con significati diversi. Per gli Egizi rappresentava il dio del Nilo; per le popolazioni dell’India vedica una divinità di rango minore, Trita Aptiys, che versa l’hooma, la bevanda del dio Indra, il Sole. Emigrata nel Mediterraneo, questa divinità si trasformò in Tritone, dio delle tempeste. Secondo Germanico Cesare, invece, si trattava di Deucalione, il figlio di Prometeo che ripopolò la Terra con la moglie Pirra dopo il diluvio universale; egli viene rappresentato nell’atto di versare l’acqua: quell’acqua che, impetuosa sottoforma di diluvio, l’aveva costretto a fuggire, ma che ora, racchiusa in una coppa, si lasciava da lui dominare.
La mitologia greco-romana preferiva ravvisare nella costellazione dell’Acquario Ganimede, il giovane più bello fra i mortali, figlio del re Trao, di cui si invaghì Zeus. Il re degli dei, innamorato di lui, si mutò in aquila (costellazione appena sopra all’Acquario) e lo rapì portandoselo sull’Olimpo, dove il giovane divenne il mescitore degli dei. Per farsi perdonare il rapimento donò a Ganimede l’immortalità, raffigurandolo nel cielo come costellazione, e al padre Trao regalò due meravigliosi cavalli divini.
Anche Omero lo canta nell’ “Iliade”, libro V, 345-351:
| “[…] tu per le briglie allora i miei cavalli
lega all’anse del cocchio, e ratto vola
ai cavalli d’Enea, e dai Troiani
via te li mena fra gli Achei. Son essi
della stirpe gentil di quel che Giove,
prezzo del figlio Ganimede, un giorno
a Troe donava; né miglior destrieri
vede l’occhio del Sole e dell’Aurora”.
|
Non ci sono stelle di particolare interesse in questa costellazione, dal momento che sono tutte molto piccole e quindi poco visibili ad occhio nudo anche in un cielo buio; il gruppo più riconoscibile è quello delle quattro stelle che formano la Y, che rappresenta la coppa da cui fuoriesce l’acqua.
Triangolo estivo
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CYGNUS
Il Cygnus è una delle tante costellazioni che raffigurano creature alate, concentrate nell’emisfero boreale, e rappresenta un cigno che sembra volar giù per la Via Lattea. Numerosi sono i miti attribuiti ad essa, ma il più popolare è quello tramandato da Euripide, secondo il quale Zeus, invaghitosi della bella Leda, discendente del dio Eolo e moglie di Tindaro, re di Lacedemone, si trasformò in un candido cigno per possederla, mentre lei era addormentata lungo la riva del fiume. La stessa notte Leda giacque anche con il marito. Da queste due unioni nacquero, ciascuna da un uovo, due coppie di gemelli: da Zeus, Elena e Polluce, che essendo figli di un dio erano immortali, e da Tindaro, Clitennestra e Castore, che erano invece mortali. Tristi furono le sorti di tutti e quattro questi figli, perciò alla sua morte, quale ricompensa, Leda fu deificata col nome di Nemesi, dea della Giustizia.
Così racconta Manilio ne “Il poema degli astri”, II, 240:
| Subito prossima la sede assegnata del Cigno,
che Giove in persona nel cielo volle creare,
prezzo della bellezza con la quale sedusse l’amante,
quando il dio discese mutato nelle sembianze del niveo uccello
e insinuò il voluminoso corpo in grembo alla fidente Leda.
Anche ora, rivestito di stelle, vola sulle ali distese.
|
La stella più importante è a Deneb (a Cygni), nome derivato nel Medioevo da un’abbreviazione islamica di dhanab al-dajaja (la coda della gallina) stella molto luminosa, con un diametro pari a 140 volte quello del Sole ed una massa di circa 25 masse solari. Ha una magnitudine apparente di 1,25v, corrispondente ad una assoluta di –7,29, cioè 67.000 volte quella dl Sole… Per fortuna è ad una distanza di 1660 a.l. da noi!

LYRA
La Lyra, che si osserva in cielo tra la costellazione del Cigno e quella di Ercole, rappresenta, secondo la mitologia greca, lo strumento musicale appartenuto ad Orfeo, personaggio mitologico di cui numerosi autori hanno scritto fino ai nostri giorni. Quella di Orfeo fu la prima Lyra ad essere stata costruita: la realizzò Ermes (Mercurio per i Romani), dio estroso, simpatico e un po’ furfante, utilizzando un guscio di tartaruga ed il budello di una mucca per le corde. Egli fu costretto ad offrire il suo strumento in dono ad Apollo per riscattarsi, in quanto gli aveva sottratto dei capi di bestiame. Il dio apprezzò a tal punto lo strumento da non volere più indietro la mandria.
Apollo regalò a sua volta la lira ad un suo protetto, il musicista Orfeo, nelle mani del quale lo strumento divenne una portentosa arma di persuasione verso persone, animali, vegetali e perfino oggetti. Tanto portentosa da piegare il cuore degli dei infernali, quando osò scendere nell’Ade per riprendere sua moglie, la ninfa Euridice, morta per il morso di un serpente mentre cercava di sfuggire alla folle passione di Aristeo, figlio di Apollo. Gli dei degli inferi concessero ad Orfeo di riportare Euridice nel mondo dei vivi a patto che egli non si voltasse mai per guardarla finché non fossero usciti entrambi dall’Ade. Ma il desiderio di sincerarsi che la sua amata lo seguisse veramente fu così forte che egli si voltò e, in un istante, Euridice fu risucchiata irrimediabilmente nell’oscurità. Orfeo si abbandonò così alla disperazione e non volle più alcun altra donna vicino a sé; ciò scatenò l’ira delle donne di Tracia (delle Baccanti, secondo alcuni autori), che lo uccisero e ne gettarono i pezzi nel fiume Ebro. Dopo la morte, Orfeo trasmigrò nei Campi Elisi dove continua ad allietare i beati con i suoi canti; la lira, invece, fu portata in cielo diventadone una costellazione.
Così racconta Poliziano ne “Fabula di Orfeo”,149-158:
| Dunque piangiamo, o sconsolata lira,
ché più non si convien l’usato canto.
Piangiam, mentre che ‘l ciel ne’ i poli agira,
e Filomela ceda al nostro pianto.
O cielo, o terra, o mare! o sorte dira!
Come potrò soffrir mai dolor tanto?
Euridice mia bella, o vita mia,
senza te non convien che ‘n vita stia.
Andar conviemmi alle tartaree porte
e provar se là giù merzè s’empetra.
|
La stella più importante è Vega, nome adottato nel Medioevo (fine del X secolo) da un’abbreviazione del nome preislamico della stella al–nasr al–waqi (aquila in picchiata). Dista dalla Terra 25,3 a.l.; la sua massa ed il suo diametro sono rispettivamente 2,5 e 2,8 volte quelli del Sole. Ha una magnitudine apparente di 0,03v ed una assoluta di 0,58, pari a 48 volte il sole.
AQUILA
La costellazione dell’Aquila non ha una storia mitologica particolare, ma è singolare il fatto che tutte le popolazioni antiche associassero a queste stelle l’immagine di un uccello rapace. Venne identificata già nel 1200 a.C. dagli astronomi della valle dell’Eufrate e deriva il proprio nome dall’uccello a cui, nella mitologia greca, era affidato il compito di portare le folgori che Zeus adirato lanciava contro i suoi nemici. Fu proprio sotto le sembianze di un’aquila che il dio ghermì il giovane pastore frigio Ganimede, di cui si era invaghito, per portarlo sull’Olimpo a ricoprire l’incarico di coppiere degli dei.
Nelle raffigurazioni, l’Aquila, ad ali spiegate, sembra precipitarsi nel cielo in direzione dell’Acquario, costellazione raffigurante Ganimede, e più precisamente verso la coppa che il giovane sembra tendere ad essa. Secondo alcuni fu Zeus stesso ad assumere le sembianze dell’uccello.
Così, infatti, narra Ovidio in “Metamorfosi”, libro X, 155-161:
| “Una volta il re degli dei, d’amore ardendo
per il frigio Ganimede, si mutò in nuove sembianze
che più belle gli parvero di quelle divine.
Fra tutti gli uccelli degno di sé stimò
quello capace di portare le sue saette.
Senza indugiare, l’aria battendo
con false penne rapì il giovinetto
della stirpe di Ilo, che ancora oggi mesce il vino
e il nèttare serve a Giove, Giunone ostile”.
|
La stella più importante è Altair (a Altair), abbreviazione, usata nel Medioevo, del nome preislamico al-nasr al-tair (aquila o avvoltoio volante).
E’ distante da noi 16,8 a.l., ha una magnitudine apparente di 0,76 ed una assoluta di 2,20 (11 volte più luminosa del Sole). La massa e il diametro sono 1,6 e 1,7 volte quelli della nostra stella.
Altre
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HERCULES
Ercole è una costellazione che rappresenta un possente uomo inginocchiato, con il piede sinistro poggiato sulla testa del Drago e con le braccia alzate. A tale raffigurazione sono state assegnate simbologie diverse, tutte riguardanti, però, l’eroe greco Eracle (Ercole, per i Romani), di cui troviamo una prima citazione in Arato di Soli (II sec. a.C.). Secondo un’antica leggenda fu figlio di Zeus e di Alcmena, moglie di Anfitrione, di cui il dio aveva preso le sembianze per sedurne la fedele sposa. Era, moglie di Zeus, furiosa per il tradimento, rese all’eroe la vita impossibile fin dai primi giorni di vita, infatti, nella speranza che venisse ucciso, ordinò a due serpenti marini di introdursi nella sua culla, ma il piccolo Ercole mostrò subito la sua straordinaria forza strozzandoli. Quello fu solo l’inizio di un susseguirsi di ostacoli e di prove drammatiche che Era gli procurò portandolo perfino a un momento di pazzia che lo spinse ad uccidere, gettandoli nel fuoco, i tre figli avuti dalla moglie Megara. Colpito dalla disperazione e da un profondo senso di colpa, l’eroe cercò conforto a Delfi, dove la Pizia, sacerdotessa di Apollo, gli consigliò di andare esule presso il cugino Euristéo il quale, per espiare i delitti commessi, gli avrebbe imposto una serie di prove (le “dodici fatiche”). Anche dopo aver scontato la propria colpa, Ercole fu sempre protagonista di avventure in cui era costretto a risolvere situazioni complesse; una di queste gli fornì l’occasione per incontrare Deianira, colei che diventò la sua seconda sposa. Il matrimonio fu felice, ma fu interrotto drammaticamente: narra, infatti, il mito che dopo le nozze i due decisero di raggiungere l’Ecalia, attraversando il fiume Eveno. Qui si imbatterono nel centauro Nesso che si offrì di trasportare la fanciulla sulla sponda opposta; durante il guado questi tentò di rapire Deianira ma Ercole, richiamato dalle grida della sposa, scoccò una freccia e lo uccise. Prima di morire, il centauro si vendicò e donò alla fanciulla la sua camicia intrisa di sangue, dicendole che se Ercole l’avesse indossata non l’avrebbe mai tradita. L’eroe intanto continuava nelle sue imprese che lo portavano spesso lontano da Deianira… Finché un giorno, essendo tornato a casa, mentre stava sacrificando agli dei, ella, innamorata e gelosa, offrì a lui, quale dono per l’ultima sua vittoria, la camicia regalatale da Nesso. Ercole, ignaro, la indossò ma immediatamente il suo corpo fu pervaso da un devastante bruciore; dapprima cercò di resistere, ma il dolore era così intollerabile che lo spinse a stendersi sulla catasta ardente per mettere fine a tale strazio. Tanta forza e valore potevano essere sopraffatti solo con l’inganno! Zeus, addolorato per i patimenti del figlio, colpì la pira con le folgori e ridusse in cenere la parte mortale dell’eroe, mentre portò quella immortale in cielo avvolta in una nube rombante.
Così Ovidio canta questo momento in “Metamorfosi”, 262-272:
| Intanto, tutto ciò che era devastabile dalla fiamma,
Vulcano lo aveva distrutto, rimase l’immagine irriconoscibile
di Ercole, senza più nulla di ciò che aveva preso dalla madre;
serbava unicamente l’impronta di Giove.
E come il serpente, deposta con la pelle la vecchiaia,
torna tutto nuovo e smagliante di squame fresche,
così, l’eroe di Tirinto, spogliato del corpo mortale,
rifiorì con la parte migliore del suo essere,
e cominciò a sembrare più grande e ad assumere
un’aria maestosa e solenne, un aspetto venerando.
Il padre onnipotente, avvoltolo in una nuvola cava,
lo rapì e con cocchio tirato da quattro cavalli
lo portò tra gli astri radiosi.
|
Importante stella di questa costellazione è Rasalghethi (a Herculis), nome derivato da quello islamico ra’s al-jathi, “la testa dell’inginocchiato”. È distante da noi 382 a.l. ed è una stella doppia con una magnitudine complessiva 2,78. La primaria è una delle supergiganti rosse più grandi: il suo diametro varia tra 470 e 610 volte quello del Sole e la magnitudine assoluta è –1,86 (450 volte più luminosa del la nostra stella!).
SAGITTA
Sagitta, o Freccia, è una piccola costellazione, osservabile nel cielo estivo tra l’Aquila e il Cigno; le stelle che la compongono hanno suggerito a tutti i popoli antichi la forma dell’oggetto da cui prende il nome. Secondo il mito greco più conosciuto questo gruppo astrale stava ad immortalare la freccia scoccata da Eracle per uccidere l’aquila che di giorno mangiava il fegato di Prometeo. Questi era il dio benefattore degli uomini, personificazione dell’ingegno umano che realizza il progresso dell’umanità senza curarsi dei limiti fissati dal padre degli dei. Proprio per questo Zeus lo punì, incatenandolo alla vetta del monte Caucaso, dove ogni giorno durante il dì un’aquila gli divorava il fegato, che nella notte si rigenerava. Il supplizio durò “trentamila anni”, finché non arrivò Eracle ad uccidere il rapace con la freccia ora incastonata in cielo.
Anche Arato di Soli canta questa costellazione in “Fenomeni”, 471-479:
| C’è poi un’altra, Freccia, e senza impulso
d’arco, da sé, si lancia innanzi; accanto,
un po’ più verso Borea, le vola
l’Uccello. E un altro ancora le volteggia
vicino: non uguale per grandezza,
ma importuno allorché sorge dal mare
al sopraggiunr della notte. Aquila
è il nome che gli danno.
|
Sham (a Sagittae) è il nome della stella più luminosa e deriva da al-sham, utilizzato dagli astronomi arabi per denominare l’intera costellazione. È distante 473 a.l., ha una magnitudine apparente 4,38 ed una magnitudine assoluta –1,43 (305 masse solari). La sua massa è pari a quattro masse solari e il suo dimetro è 22 volte quello del Sole.
DELPHINUS
La costellazione del Delphinus è un piccolo gruppo di stelle, che disegnano un rombo ben visibile nel cielo estivo tra l’Aquila e Pegaso. Numerose sono le leggende che nel corso del tempo sono state narrate intorno a questo mammifero marino, tipico del mar Mediterraneo, ma due in particolare collegano il delfino marino a quello celeste. Una identifica la figura astrale con un uomo di nome Delfino, incaricato da Poseidone di convincere Anfitrite, fanciulla che non voleva saperne del dio, a sposarlo. Delfino portò a buon fine il suo compito e per riconoscenza il dio lo incastonò nel cielo. Un altro mito racconta che questa costellazione fu posta nel firmamento da Dioniso per ricordare agli uomini la fine subita da alcuni malfattori. Un giorno il dio, ancora fanciullo, fu imbarcato su una nave di marinai Tirreni (detti in seguito Etruschi) per essere condotto a Nasso insieme ad altri compagni, dove le ninfe lo avrebbero allevato. Durante il viaggio i marinai, avendo deciso di rapirlo per ricavarne un cospicuo riscatto, cambiarono rotta; il piccolo Dioniso, però, accortosi della strana manovra, intuì il losco disegno dei Tirreni ed iniziò a cantare con i suoi amici una soave melodia. I rapitori, ammaliati dal quel canto, iniziarono a danzare e senza più controllo caddero in mare dove furono trasformati in delfini.
Così Igino narra l’episodio in “Miti”, 134:
| […]a mano a mano che si tuffavano assumevano la forma di delfini, e perciò i delfini furono chiamati Tirreni e quel mare anch’esso fu detto Tirreno.
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La stella più luminosa è Sualocin (a Delphini), è distante da noi 241 a.l.; ha una magnitudine apparente 3,77 ed una assoluta –0,57 (ben 138 volte il Sole). Il suo diametro e la sua massa sono rispettivamente 4,5 e 3,1 volte quelli della nostra stella.
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